SOTTOSEZIONE DEL CAI - TORINO

Cilento e Vallo di Diano

Campania

2-9 dicembre 2017 

Quando, giunti a Salerno su Italo, un siluro che viaggia fino a 300 km/h, siamo saliti su un treno locale con destinazione Pisciotta, ci si è presentata immediatamente una realtà nuova: mentre il primo treno aveva svolto egregiamente il compito di trasportarci fisicamente da un luogo ad un altro, il secondo convoglio ci ha presi per mano, per accompagnarci nel territorio che ogni giorno attraversa e di cui esso stesso è parte integrante, unitamente alla gente seduta vicino a noi, fra cui molti extracomunitari.
Le stazioni ove sosta ci richiamano talora memorie scolastiche dimenticate: Sapri ci ricorda la spigolatrice di Luigi Mercantini (eran trecento, eran giovani e forti e sono morti), a Sanza fu fucilato Carlo Pisacane (che dei trecento era il capo), Paestum ci porta a un passato ancor più lontano. È bello pensare che queste terre ci aspettano, che le percorreremo e, anche se per pochi giorni, ne respireremo le atmosfere e ne cattureremo le emozioni.
Antonio e Tonino di Naturaliter ci aspettano e ci accompagnano all’Hotel Delfino di Marina di Camerota, che per una settimana sarà la nostra casa accogliente (le cene saranno una componente non trascurabile della piacevole permanenza). Qui conosciamo Salvatore, il Professore, personaggio straordinario e difficilmente definibile: guida esperta ed entusiasta, conoscitore profondo del Parco, di cui si può configurare quale vero e proprio nume tutelare, uomo politico nel senso più ampio del termine e, in tale contesto, polemico e scomodo, conservatore e ribelle, propugnatore della decrescita felice e, per sottolinearne la dimensione locale e al contempo più ampia, compagno di una simpatica signora della Svizzera tedesca. Sarà Lui che ci farà apprezzare, nel corso dei giorni, le bellezze non solo naturali di questa terra, che altrimenti ci sarebbero rimaste in gran parte sconosciute.
A causa del maltempo che ci accoglie i primi giorni (forse perché il Cilento ancora non ci conosceva e non si fidava di noi) iniziamo col visitare due luoghi diversissimi, ma accomunati entrambi da un sottile filo conduttore: l’esplorazione delle profondità, o materiali o dell’anima. Ci immergiamo infatti dapprima nelle grotte di Pertosa, un complesso di cavità carsiche che si sviluppano per chilometri e, fatto del tutto singolare, sono percorse anche da un fiume sotterraneo, il fiume Negro, dall’origine misteriosa, che si può navigare anche in barca.
Lungo le stanze e i corridoi sotterranei la guida ci mostra, oltre alla sfilata di stalattiti e stalagmiti, la firma di un ebreo straniero che qui si era rifugiato durante la seconda guerra mondiale e il cui figlio accompagna oggi gruppi di turisti.
Nel pomeriggio sotto una pioggia battente visitiamo la Certosa di San Lorenzo a Padula, la più grande d’Italia. Siamo un po’ intimiditi dalle dimensioni dell’atrio di ingresso, restiamo colpiti dal susseguirsi di strutture, a volte maestose, a volte raccolte e immaginiamo la vita dei monaci che qui trascorrevano la loro esistenza nella preghiera e nella meditazione. Salvatore ci precisa che, comunque, la Certosa era dedicata a religiosi benestanti che dimoravano in alloggi molto dignitosi.
Di particolare interesse è la grande cucina: è sufficiente chiudere gli occhi per immaginare calderoni fumanti e padelle sfrigolanti. Importante è inoltre il richiamo storico suggerito dallo scalone ellittico, opera di un allievo del Vanvitelli, quest’ultimo chiamato a Napoli dal re Carlo III di Borbone che gli affidò la realizzazione della reggia di Caserta.
Nei giorni seguenti il tempo ci consente finalmente di iniziare il cammino lungo sentieri anche aspri e fangosi; riusciamo così a tracciare un’ampia rete di percorsi che ci permette di collegare i vari luoghi in un insieme armonico che collega il mare con le sue calette, i promontori, le grotte e le torri di avvistamento, fin su alle montagne che si alzano nell’interno, le più alte spruzzate di neve, che fanno da corona al Parco. Senza saperli indicare tutti con esattezza restano impressi alcuni nomi quali i Monti Gelbison, Stella e Cervati, il massiccio degli Alburni e più lontane, oltre il mare, le cime del Pollino in Calabria.
Saliamo in cima a Capo Palinuro, che ospita un faro e una stazione meteo; la presenza, nei pressi, di Cala Fetente, così chiamata per la presenza di emanazioni sulfuree dall’odore non propriamente gradevole, ci ricorda che stiamo calpestando una terra di vulcani, anche sotterranei, parte di quella fascia di fuoco che attraversa tutta la terra a queste latitudini.
Lasciandosi trasportare dal fascino e dalla forza del mito non si può dimenticare che il nome di questo promontorio ricorda quello del timoniere di Enea che cadde in questo mare, vinto dal dio Sonno, perché, come narra Virgilio nell’Eneide, Nettuno aveva accettato di collaborare con Venere per aiutare la flotta troiana ad approdare nel Lazio, ma aveva preteso, in cambio, una vita umana.
Un pino d’Aleppo, vicino al faro, portato da monaci greci, ci conferma come il Mediterraneo sia stato da sempre crocevia di popoli, di migrazioni e snodo di culture e civiltà.
La sosta per il pranzo ci regala una magnifica sorpresa: infreddoliti da un violento temporale, troviamo riparo sotto la tettoia di un locale, dove gli impareggiabili amici di Naturaliter, con alcune “fate” del luogo, ci accolgono con una calda minestra di ceci e pasta fatta in casa, oltre alle solite leccornie che caratterizzano i nostri pranzi al sacco (olive, vari tipi di salami e formaggi, bruschette di pomodoro e origano, bottiglie di coca cola che mascherano in questo modo la vera natura del loro contenuto e cioè buon vino locale).
Le visite della costa continuano nei giorni seguenti (finalmente soleggiati), lungo il sentiero delle quattro spiagge fino alla Cappella di S. Antonio da Padova da cui si gode un bellissimo panorama. Tornando visitiamo un’azienda, situata su un ampio pianoro come una terrazza sul mare, i cui proprietari praticano l’agricoltura biodinamica e nella quale vi sono ancora i resti di un antico cenobio di monaci italo-greci.
La tappa successiva ci porta ad abbandonare momentaneamente il mare e salire sul Massiccio Bulgheria, a 850 m di altitudine, da cui ci volgiamo ad ammirare il lontano Capo Palinuro, a individuare la foce del fiume Mingardo e l’arco naturale scavato nella roccia, sotto il quale eravamo passati il giorno prima. Passeggiamo in mezzo a mucche che ci osservano silenziose (mucche podoliche, parenti delle chianine), qualche cavallo e un gregge di pecore. Dentro allo stazzo, la struttura tipica della zona in cui gli animali trovano riparo, alcuni vitellini succhiano il latte dalle rispettive madri; osserviamo la scena dai bordi di una profonda fossa circolare, la nevera, che aveva la funzione di conservare la neve che era pressata al suo interno e ricoperta di felci per meglio conservarla.
L’immersione nella cultura cilentana si arricchisce a sera, quando vengono in albergo i musicanti del gruppo Kiepò a portarci i canti e le danze del territorio. Mi permetto un commento personale, data la passione che nutro per i balli tradizionali, per sottolineare l’importanza che la musica e la danza hanno per comprendere un popolo.
L’ultima escursione ci conduce sulla collina Monte di Luna, a strapiombo sul mare per quasi duecento metri, proseguiamo per la punta dello Zincale, e ancora per Cala della Fortuna, la spiaggia di Pozzallo (con un ristorantino chiuso che immaginiamo delizioso), Cala Bianca e Cala Infreschi con la chiesetta di San Lazzaro. Si potrebbe cercare a questo punto di descrivere la bellezza di questi posti, ma sarebbe un compito troppo arduo e probabilmente inutile: non è possibile far rivivere il loro incanto in chi non abbia provato lo stupore che assale, scendendo il sentiero fiancheggiato da lecci, lentischi e piante ricche di rossi e dolci corbezzoli, allorquando, dopo l’ultima curva, appare lo specchio limpido di mare racchiuso dalle rocce.
È probabile che ci sia chi saprebbe ben dissertare con competenza sull’argomento, trovando la chiave giusta per toccare gli animi sensibili, ma “lui”, che ha deciso di accompagnarci tutto il giorno, non parla la nostra lingua, né altre lingue umane; “lui” infatti è un cane (si chiama Piccolo, abbiamo poi appurato) e guida tutte le comitive che si avventurano da Marina di Camerota verso Cala Infreschi. È stato con noi con fare partecipe ma discreto, ha atteso la barca che sarebbe venuta a prenderci seduto sulla spiaggia (sapeva che sarebbe giunta), è salito a bordo e si è seduto a prua con lo sguardo di chi sembra possedere una conoscenza profonda a noi preclusa. Arrivederci Piccolo.
L’ultimo giorno visitiamo Camerota, sulla collina, e in particolare la sala museale e paleolitica allestita dal Professore, ricca di oggetti preistorici e d’argilla (Camerota è un centro importante per la produzione di manufatti in argilla), destinati, un tempo, agli usi più disparati (mattoni cilindrici, discese per l’acqua, pezzi di camino, contenitori per vari tipi di liquidi, anche quelli più intimi e personali).
Mentre percorriamo i vicoli di Camerota notiamo due lapidi, ci fermiamo a leggerne il contenuto e con sorpresa e commozione apprendiamo che riguardano due martiri della resistenza trucidati poco più che ventenni, uno a Dronero (Francesco Cusati) e l’altro a Bra (Vittorio Pellegrino).
Da Camerota raggiungiamo poi una casetta immersa nel verde, il cui nome Oasi Castagneto promette pace e benessere: è il rifugio che Salvatore ha voluto e saputo realizzare e che ci ospita per l’ultimo, inutile dirlo, pranzo stellare preparato da Antonio e Tonino.
Scegliamo, al ritorno, di fermarci qualche ora a Salerno, in alternativa a Paestum, forse perché il tempo corrucciato non ci perdona l’abbandono. Abbiamo così ancora il tempo di passeggiare per le vie del centro e visitare la cattedrale apprezzandone l’ampio quadriportico romanico d’ingresso, il campanile arabo-normanno, il grande organo a canne e soprattutto la cripta che ospita le spoglie del santo raffigurato in una duplice statua bifronte.
Scopriamo anche che San Matteo è il protettore dei ragionieri ed è questa l’ultima preziosa informazione che suggella questo viaggio.

Alberto Buracco
Foto di Luciano Alemanno e Roberto Merlo

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