SOTTOSEZIONE DEL CAI - TORINO

Terre d'Aleramo

8 maggio 2016

08/05/2016 

Ma dov'è 'sto posto? Le colline del Monferrato casalese sono una Terra Australis Incognita per l'alpinista medio: magari è venuto da queste parti per abbuffarsi di agnolotti al sugo d'arrosto e ubriacarsi di Ruchè insieme agli Alpini, ma non sa che qui si può anche camminare. Non ci sono cime svettanti da conquistare: si cammina quasi sempre in piano e solo ogni tanto si valica qualche collinetta. Ciononostante il CAI ha segnato una rete di percorsi, che consente di orientarsi tra questi morbidi dossi plasmati dall'uomo e fare escursioni. Partiamo da Montemagno, un paese in cima a un colle, sovrastato da un castello con mura merlate, da cui si dipartono vicoli di impianto medievale; c'è anche una chiesa con una bellissima scalinata barocca. Il parcheggio è in uno slargo di fortuna, perché l'unica piazza oggi è devoluta al tamburello, che qui è sport nazionale. Dal paese scendiamo nella valle e ci avviamo lungo la capezzagna che la segue fedelmente. Camminiamo tra prati fioriti, richiami di cuculi, coltivazioni, sulla cui natura dibattiamo da cittadini ignoranti fino a giungere a conclusioni inoppugnabili, e monumentali alberi, esotici per i montagnin, come i pioppi bianchi e i gelsi. Tralasciamo Grana per contenere la lunghezza del percorso sotto i trenta chilometri e, con un'eroica salita di quasi cento metri, conquistiamo una dorsale di recinti per cavalli e casette con i roseti fioriti. Oltrepassato un avvallamento erboso, dove qualcuno vorrebbe già stravaccarsi al sole, con una breve salita siamo a Grazzano Badoglio, patria del noto maresciallo. Qui mille anni fa Aleramo, primo marchese del Monferrato, fece costruire un monastero benedettino, dove trascorse i suoi ultimi anni. La storia della sua vita è talmente colma di elementi leggendari e topos letterari, che persino la guida ufficiale la racconta con il beneficio del dubbio. Purtroppo oggi i resti del monastero, restaurati negli ultimi anni, sono chiusi. Magnifico il chiostro con archi in cotto. Pranziamo sulle panchine di fronte alla chiesa. Dalle finestre della canonica, oltre al tricolore, che tappezza tutto il paese, preannunciando il prossimo arrivo degli Alpini per l'adunata di Asti, sventola anche la bandiera del Togo, patria del parroco. Me lo ricorderò sempre con una parrucca bionda con treccine e una tunica bianca con le alucce da angioletto, in occasione di una sfilata di carnevale. Divorati i panini, non possiamo privarci di gelato e caffè. Usciti dal paese, attraversiamo una zona di vigneti. Senza dire nulla ai gitanti, i capigita improvvisano un percorso alternativo verso Casorzo, per mostrare loro la chiesa con l'ippocastano monumentale. Ci dirigiamo poi verso un'altra chiesa, di origine medievale, ma rimaneggiata varie volte nel corso dei secoli. Alla fine è diventata forse persino più brutta di quella di Longarone, edificata dopo il Vajont a mo' di parcheggio multipiano, ma riserva una sorpresa. Su un muro di mattoni di arenaria, infatti, le generazioni passate hanno inciso il ricordo degli eventi e dei personaggi memorabili. L'interesse del gruppo pare però parzialmente scemare come il livello di zuccheri nel sangue. Costeggiata la cantina sociale, tragicamente chiusa, una dorsale panoramica ci porta a cascina Gara, un toponimo che indica un posto con gran vista. In effetti da qui riusciamo ad abbracciare quasi tutti i punti notevoli del percorso. Scendiamo quindi in una valle di terra arata, nessuna costruzione e pochi alberi, senz'altro il tratto più fascinoso dell'intero tragitto. Riprendiamo poi a salire accanto a un prato, dove una volta incontrai dei tizi armati di metal detector, i quali mi raccontarono che un po' di fortuna si può trovare una moneta romana. Di fronte a me rinvennero il coperchio di una scatoletta. La salita attraverso Viarigi ci conduce al prato dove sorge la torre, unica vestigia di un castello oggi scomparso. Prima di arrampicarsi su per le scalette, abbiamo però bisogno di fare merenda per rifocillarci, perché sono ormai le 17. Quindi, in fila indiana, risaliamo le strette scale e sulla cima ci scattiamo la foto di vetta. Rispetto al mattino, il cielo si è coperto, ma l'aria più tersa offre un'ottima visuale sui dintorni. L'ultimo tratto di strada verso Montemagno è dedicato alla prenotazione del ristorante: concludiamo infatti la gita verso ora di cena, giusto in tempo per incunearci tutti insieme in un locale tipico. Ci concediamo così una cena piemontese innaffiata dalla barbera locale. Dire quanto ne abbiamo bevuta in media a testa, sarebbe una statistica da polli di Trilussa.

Sergio Chiappino
Foto di Maurizio Bortott, Renzo Panciera e Sergio Chiappino

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