SOTTOSEZIONE DEL CAI - TORINO

Punta Martin

Il lunedì mattina i colleghi mi hanno ascoltato perplessi, quando millantavo una spettacolare gita in montagna a Genova. Chissà cosa avrebbero pensato se avessi spiegato loro che mi ero arrampicato sulle rocce plutoniche che nel Neolitico venivano cavate per fabbricare asce. In effetti agli sprovveduti Genova si presenta come città di mare, ma non si può fare il bagno, perché l'acqua è inquinata da coliformi e affini. Invece alle sue spalle si possono fare delle belle salite, la più alpestre delle quali è senz'altro la cresta di Punta Martin. Peccato che per trasportare tutti gli iscritti sia bastata la mia Panda. Forse anche perché in questi giorni, dopo un inverno tiepido e secco, è finalmente giunta una tardiva neve, che ha fatto sciamare escursionisti e sciatori verso le vette imbiancate, come nugoli di zanzare nel delta del Mekong.

Smaltito il torpore autostradale, svoltiamo nella stradina tortuosa, angusta e tanto ligure che sale ad Acquasanta. Nei giorni feriali, qui si può provare l'emozione di trovarsi di fronte un TIR largo almeno quanto la carreggiata se non di più. Scende da una cartiera, ultima erede di un glorioso passato (due secoli fa), quando Voltri ne era piena. Allora la carrozzabile del Turchino e la ferrovia ancora non esistevano, per cui i prodotti valicavano l'Appennino a dorso di mulo. La mulattiera percorsa dalle carovane esiste ancora, sulle pendici del monte Reixa; tuttora è conservato il casotto dove esse pagavano dazio, presso un bivio strategico sperduto in mezzo al nulla, poco sotto il passo delle Tardie.
All'osteria del santuario facciamo la seconda o terza colazione con l'agognata figassa, che qui è fatta con pasta madre e non è troppo unta, e la innaffiamo con un caffè che mi piace nonostante sia della nota marca torinese. Per creuze consunte saliamo alla stazione, dove al posto dell'emozionante passaggio a livello pedonale, chiuso ormai da anni, percorriamo una stradina che costeggia case idilliache con prati di un verde sfavillante. Voltato il costone, ci incuneiamo nella valle del rio Baiardetta, dove il paesaggio muta all'improvviso: niente più prati verdi, ma rocce ofiolitiche della placca oceanica con il loro terreno miserabile, buono solo per pinete spelacchiate ed erica. Sotto di noi scorre il torrente, che le rocce povere ma belle rendono di smeraldo. Lo raggiungiamo e lo guadiamo nei pressi di un'invitante pozza cristallina.
Il sentiero si inerpica a zig zag fino alla cresta, che da qui alla vetta seguiamo più o meno fedelmente. Il tracciato si fa sempre più ripido, fino a sfiorare il I inf., come direbbe il saggio della montagna. Bacchette ai polsi, con le mani ci aggrappiamo alle rocce e ci issiamo di canalino in canalino. Il ritmo di questa rumba nei miei ricordi è diventato un'orgiastica progressione a passo incalzante, di cui ho conservato l'impressione ma smarrito i dettagli. Da nord soffia una frizzante tramontana, da cui troviamo riparo grazie a uno spuntone, che ci regala una pausa solatia di banane, tisana speziata e cioccolato. Il paesaggio verso il mare è così dirupato e severo, che se non facessero capolino le famigerate lavatrici di Prà e le gru per i container, crederemmo di essere in una remota valle andina. Verso nord, invece i dolci dossi sono addomesticati da cascine nei prati. A monte vediamo ormai la croce di vetta sulla rocca più alta, che raggiungiamo, dopo esserci arrampicati per brulli canalini, dove solo i fiori più ardimentosi tentano di fare capolino tra rocce ed erba stentata.
In cima non ci fermiamo che per pochi minuti, giusto il tempo di ammirare la città e riconoscere i monti della val Trebbia ricoperti di neve. Puntiamo decisi verso il bivacco del monte Penello, dove contiamo di mangiare al riparo.

Lungo il successivo traverso sulla dorsale il cielo si copre, mentre la tramontana prende a soffiare impetuosa e ci intirizzisce. Salutiamo allora con gioia il tepore del bivacco, recentemente ristrutturato e rinnovato. Qui incrociamo un po' di escursionisti, che arrivano da una carrozzabile poco lontana. Qualcuno invece ha posteggiato molti anni addietro lungo il sentiero più a valle, con vista sulla città e ha devoluto alla putrefazione metallica il suo pick-up scarnificato, a mo' di installazione di land art. Concludiamo gloriosamente il pranzo con un caffè e un grappino, che un premuroso gitante ha portato nello zaino.
Intanto le nubi si sono diradate ed è tornato il sole. Ci dirigiamo verso la dorsale del monte Pietralunga e la discendiamo fino alla cappella della Baiarda. Lungo il tragitto, ci supera una coppia con un cagnetto arzillo e arruffato, che già avevamo incontrato in salita e poi al bivacco. Quando sul pendio dinnanzi fanno la loro comparsa dei caprioli, i padroni a stento lo trattengono per il guinzaglio, teso come la corda di un'arpa: se fosse stato libero l'avrebbero riacchiappato in val Polcevera. Dolcemente accecati dal sole, ci godiamo l'austero panorama senza ombre della valle che ci separa dalla Punta Martin e riconosciamo le cime oltre quella che sale al Turchino. La pausa merenda, che nelle nostre gite è altrettanto rituale che la pausa pranzo, la facciamo sottovento alla cappella, anche se qui in basso anche la tramontana è mite e gradevole. Per un bosco che si sta rigenerando, dopo il terribile incendio di una dozzina d'anni fa, scendiamo quasi senza storia alla Colla, dove passa la stradina che unisce Acquasanta con Prà. Ne seguiamo gli stretti tornanti fino al santuario. Rastrelliamo le ultime fette di focaccia per portarle in dono ai nostri familiari e partiamo alla volta di Torino.

Insomma, un'escursione varia e gratificante, in un ambiente di bellezza quasi romantica, appropriata alla comitiva di due coppie: Adelaide e Alberto, io e Massimo (un giorno vi spiegherò perché una volta ci hanno scambiato per marito e moglie).

Sergio Chiappino
Foto di Alberto Gario

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