SOTTOSEZIONE DEL CAI - TORINO

Parco Nazionale del Gargano

17-25 maggio 2019 
Puglia

Tutti gli altri vanno giù in aereo, ma io amo la vita comoda e ho preferito prendere tutto il tempo che ci va, non badare a spese ed affittare un’auto con conducente. E che auto! Niente meno che una Mitsubishi Outlander, un colosso che fai i centotrenta e neanche te ne accorgi… Anche come autista ho preso quanto c’era di meglio, una persona non più giovanissima ma di piena affidabilità, che beve soltanto la sera ed anche con moderazione…
Quando gli altri arrivano a Manfredonia, io sono già in Puglia da due giorni, ho visitato le cattedrali di Troia e di Lucera, ma soprattutto ho fatto un salto nel villaggio di Faeto, a ottocento metri di altezza nell’Appennino Dauno. Sono circa cinquecento persone in tutto, che però non parlano pugliese, bensì un antico dialetto francoprovenzale, proprio come dalle mie parti in val di Lanzo. Sono i discendenti dei soldati angioini, qui arrivati nel 1266. Si narra che fu il loro capo, certo Araldo di Valery, a vincere con un’astuzia di guerra la battaglia di Tagliacozzo, che costò il trono - e la vita - al povero Corradino di Svevia. In cambio di questa vittoria ebbero in feudo Faeto e i villaggi vicini (ne parla anche Dante nel canto III del Purgatorio “dove senz’armi vinse il vecchio Alardo”…). Siamo del resto in una terra carica di storia, dove scopriremo che alle isole Tremiti gli abitanti non sono pugliesi, ma parlano il dialetto di Ischia, mentre quelli di Peschici ancora oggi parlano addirittura il croato! Sono storie remote, ma nel Gargano sentiremo ad ogni passo menzionare il grande Federico di Svevia, l’Arcangelo Michele, il feroce Carlo d’Angiò, i Turchi ancora più feroci… Per non parlare di Padre Pio (epigono del Poverello d’Assisi), di cui però non visiteremo il ricchissimo impero finanziario.
Ci ritroviamo dunque con gli altri la sera del venerdì ed abbiamo due gradite sorprese. La prima è che Mario sarà la nostra guida, un ragazzo preparato attento e disponibile, che già conosciamo e che abbiamo anche contribuito a formare quando era un giovane apprendista in un trek in Sardegna ormai lontano. L’altra sorpresa è che ci sono elementi giovani, come una studentessa valdostana che - inspiegabilmente - si è unita al nostro gruppo “Villa Arzilla”. Resteremo tutti colpiti dal suo spirito e dalla sua simpatia (i maschietti anche dalla sua figura “da modella”…). Ma la vera sorpresa è Marta, quattro anni, simpatica e vivacissima, che sarà la nostra mascotte per tutto il trek, coadiuvando attivamente nell’organizzazione e nell’assegnazione rigorosa dei posti a sedere.
Il giorno dopo si comincia e si comincia davvero, salendo a piedi a Monte Sant’Angelo lungo l’antico sentiero dei pellegrini. Il sentiero porta il nome inquietante di “Scannamugliera” e cade una leggera pioggerella. Nel paese (15.000 abitanti, ma è un paese…) tutto evoca il Santo Arcangelo, le sue apparizioni e soprattutto il suo santuario nella grotta, che visitiamo già nel pomeriggio.
L’indomani nuovo tuffo nella storia: partiamo per il Monte Saraceno, dove visitiamo l’antichissima necropoli dei Dauni. Mario ci impartisce una gradita ed utile lezione sulle olive e sull’olio, per concludere con una dotta dissertazione sui fossili che abbondano sulla montagna.
Sopraggiunge un violento temporale e cerchiamo rifugio. Nei pressi c’è un ristorante, dove però è in corso una festa privata, pare un matrimonio. Alcuni di noi riescono ad imbucarsi, fingendosi parenti dello sposo, ma presto vengono scoperti e buttati fuori. Fa abbastanza fresco e molti apprezzano il fatto che i termosifoni siano accesi (del resto siamo a ottocento metri di altezza).
Il giorno dopo abbiamo il primo incontro con il monachesimo, che per secoli caratterizzò la vita nel Gargano. Visitiamo la valle degli eremi e Mario ci istruisce sulla differenza fra monaci, frati, eremiti, cenobiti, anacoreti ecc. ecc. (c’erano anche gli “stiliti” che vivevano in cima ad una colonna…). Segue una interessante descrizione sulle “coperte di ginestra”, che in passato venivano tessute (in Aspromonte) utilizzando le fibre di questa pianta.
Nel pomeriggio ancora storia: visitiamo di nuovo la grotta dell’Arcangelo, con una brava guida che ci illustra le vicende che videro avvicendarsi Romani, Goti, Bizantini, Longobardi, Saraceni, Normanni, Svevi, Angioini e Aragonesi. Tutta brava gente, magari un po’ violenta, ma timorata del santo Arcangelo, che contribuì (e contribuisce tuttora) a creare uno dei massimi santuari del mondo cristiano, idealmente collegato con Mont S. Michel di Normandia e con la nostra Sacra di S. Michele. Ci spiega come soprattutto le genti germaniche - e tra esse i Longobardi - accettarono volentieri il culto dell’Arcangelo con la spada, che identificavano con il loro dio guerriero Thor.
Pare che un ospite illustre sia stato addirittura l’imperatore Ottone III, che venne a pregare l’Arcangelo affinché ottenesse dall’Onnipotente il rinvio della fine del mondo prevista per l’anno Mille. Sembra che la grazia sia stata concessa anche per il tagliando successivo del Duemila.
Alla sera la nostra cena è allietata (si fa per dire…) da una chiassosa comitiva di commensali che si rivelano essere americani del Michigan. In realtà si tratta di una gita parrocchiale, guidata da un gigantesco e ben pasciuto parroco. Per la maggior parte sono di origini italiane (anche se l’unico che parla italiano ci dice di essere libanese), il che spiega il clamore del convivio. Marta, la nostra mascotte, socializza subito senza problemi di lingua con due suoi coetanei e tutti e tre si dedicano a saccheggiare le patatine fritte rimaste sul tavolo degli americani.
Siamo arrivati al quinto giorno, che prevede l’ascensione al Monte Sacro. Nel Gargano tutto è permeato di sacralità: persino i dolci tipici sono le “ostie ripiene (di miele e mandorle)”….
Nel programma si parla di “sentiero delle orchidee”. A dire il vero di orchidee ne vediamo poche ma siamo ripagati dalla visita ai ruderi della grande abbazia benedettina della SS. Trinità. Vengono in mente le scene del grande film (e del modesto originale televisivo) “Il nome della rosa”. La vista di queste imponenti architetture, dove un tempo pulsava la vita di una grande comunità monacale, ora sepolte nella fitta vegetazione, suscita una profonda impressione tra quella minoranza del gruppo che si nutre di storia e di romanticismo, mentre la maggioranza si nutre più concretamente dando fondo allegramente alle abbondanti provviste fornite dall’organizzazione.
Ci trasferiamo a Vieste, notissimo borgo marinaro costruito al sommo di una scogliera e la nostra guida ci racconta la leggenda romantica del faraglione isolato sulla spiaggia che reca l’antico nome di “Pizzomunno”. La giornata è molto piena: al mattino visitiamo in barca le grotte marine, dove non sappiamo se ammirare di più lo straordinario paesaggio o l’abilità del timoniere, che riesce ad insinuare il grosso battello in cavità battute dall’incessante moto delle onde. Spinto dall’entusiasmo, inizio a citare Omero: “Pòntos Atrughetòn”, il mare che non si stanca mai, ma mia moglie mi zittisce, ricordandomi che cosa accadde l’anno scorso a Cipro, quando durante la salita al monte Olimpo (niente meno…), spinto da pari entusiasmo, evocavo ad alta voce “Zeus ypsibremètes” (Giove che tuona dall’alto). Non l’avessi mai fatto! immediatamente il Nume, evidentemente infastidito dalla mia pronuncia, scatenò una terribile tempesta di grandine, che ci costrinse a ritornare in albergo fradici e intirizziti.
Al pomeriggio lunga (molto lunga) passeggiata nella Foresta Umbra, tra giganteschi alberi coperti di edera, seguiti da due cani che provvediamo naturalmente a nutrire.
E siamo al settimo giorno, dedicato ad esplorare la “costa dei trabucchi”, termine con il quale si indicano particolari strutture in legno che si sporgono sul mare dall’alto di un salto di rocce e permettono di pescare con il bilanciere, una grande rete che viene abbassata e alzata con grandi carrucole. Permettevano di pescare anche quando le condizioni del mare sconsigliavano di mettere in mare le barche. Arriviamo quindi a Peschici, altro celebre borgo marinaro, dove ci sistemiamo in un albergo proprio sul mare. Nel pomeriggio andiamo a visitare una masseria, dove assistiamo alla fabbricazione del caciocavallo, altra e non secondaria eccellenza di questa regione. Nel pomeriggio uno di noi si accorge di essere stato aggredito da una zecca (e non sarà l’unico). Prontamente sottoposto alle cure del caso (estrazione della zecca), la sua forte fibra (del nostro compagno) gli permette di superare l’operazione senza altri inconvenienti se non una buona dieta a base di antibiotici, mentre invece la povera bestiola (la zecca) non ce la fa e soccombe all’intervento.
Siamo arrivati all’ultimo giorno, ma finiamo alla grande, con una giornata alle isole Tremiti, lontane e bellissime, anch’esse cariche di storia, con l’imponente monastero/fortezza che per secoli sfidò gli assalti dei Turchi e dei pirati dalmati.
Segue la cena degli addii, temperata dalla promessa di rivederci presto. Per molti di noi sarà l’isola greca di Skiàtos (contrariamente a quanto credevo si dice proprio così, con l’accento sulla à, mi sono documentato…).
Grazie alla nostra guida, Mario, che mantiene alta la tradizione di eccellenza di Naturaliter. Grazie a Marta, che ha portato una nota di allegria soprattutto ai nonni in astinenza da nipoti. Grazie ai nonni di Marta, Maria Luisa (e l’altro Mario) che puntualmente, un paio di volte all’anno, riescono con un raffinato gioco di prestigio, a far comparire come per incanto, un gruppo di vecchi amici pronti a partire per una nuova avventura

Giorgio Inaudi
Foto di Marialuisa Cravero e Renzo Panciera

P.S. ho scritto “vecchi amici” e non “amici vecchi”, che è cosa ben diversa…

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