SOTTOSEZIONE DEL CAI - TORINO

Salento: tra menhir e uliveti nella Puglia sitibonda

14-22 maggio 2016

Un bel trek con due viaggi decisamente faticosi, ma ne valeva la pena.
Sveglia alle 2.30 (sic!), almeno per quelli che non hanno optato di andare a dormire nei pressi di Malpensa (che del resto si alzano alle 4.00). Un bel viaggio fino a Bari dove incontriamo il Naturaliter di turno, che è Mario, un giovane simpatico, professionale e molto disponibile, come tutti i suoi compagni di tribù, e Luigina, che sarà la nostra guida sul territorio che conosce molto bene per essere una salentina verace e innamorata della sua terra.
L’inizio del trek non è sportivo, ma biecamente turistico: sulla strada per Lecce ci fermiamo a visitare Alberobello, uno di quei posti dove si va perché Hollywood e Disneyland sono troppo fuori mano. Il ristorante, invece, è schiettamente salentino, per fortuna, e ci permette di sanare il vuoto di una colazione di sopravvivenza fatta quasi dodici ore prima.
Arriviamo a Lecce in tempo per una veloce visita al centro, e abbiamo la fortuna di assistere alla solenne funzione per la Pentecoste di fronte al Duomo, con tanto di arcivescovo e clero in gran spolvero, uno spettacolo tra straordinarie architetture che più barocche non si può. Rientriamo in albergo, un quattro stelle specializzato in convegni dove per altro servono un’ottima colazione. Ben pasciuti, cominciamo a camminare in quella che sarà una delle tappe più lunghe, lungo una costa ora rocciosa ora sabbiosa. Ad un certo punto dobbiamo calzare gli scarponi per superare un breve tratto roccioso lambito dalle onde, poi è di nuovo sabbia. Lo spettacolo della costa cambia continuamente e finalmente arriviamo in vista delle bianche case di Otranto, dove ci sistemiamo in due b&b e si va a cena. Da questo momento è opportuno tralasciare ogni commento sulle colazioni e sui pasti, per non incorrere nella taccia di crapuloni da parte della fazione ascetica e spartana del popolo geatino. Basterà dire che né qui né in seguito nessuno ebbe a soffrire i morsi della fame.
Il terzo giorno è dedicato alla cultura e specialmente all’archeologia. Un trionfo di dolmen e di menhir da fare invidia alla Bretagna. Si visita una antica chiesa bizantina, con affreschi medioevali poi è la volta di un antico frantoio ipogeo (cioè sotterraneo). La nostra guida ci introduce alla cultura e alla storia del Salento, piuttosto complicata per il susseguirsi di Messapi (che furono i primi e pare venissero -già allora- dai Balcani) e poi i Greci, i Romani, i Goti, i Bizantini, i Longobardi, i Normanni, gli Svevi, gli Angioini, gli Aragonesi, i Borboni e -per finire in bellezza- i Piemontesi. Un capitolo a parte meritano i Turchi, piuttosto impopolari da queste parti per un loro soggiorno, per fortuna breve, nel 1480, a ricordo del quale è rimasto nel Duomo un impressionante ossario che raccoglie i resti dei Martiri di Otranto. Di qui l’esclamazione “mamma li Turchi!”, ancora viva nel Mezzogiorno e la perplessità di molti ad ammettere nella UE il popolo della mezzaluna (magari al posto degli Inglesi che vogliono uscire, ma forse sto divagando…). Uno dei nostri, attardatosi per un piccolo bisogno, viene fermato da una volante dei carabinieri che gli chiedono i documenti. Cerca di spiegarsi, ma rischia l’imputazione di vagabondaggio, quando per sua fortuna lo salva il capogita, che lo riconosce come membro del gruppo. Al termine della giornata c’è una gradita sorpresa: uno spettacolo improvvisato di autentico sapore salentino, con tanto di chitarra e tamburello, con canzoni anche nell’antico dialetto “grico” che si parla o si parlava da queste parti e con la danza detta “taranta”. Su questa ci sarebbe da fare un lungo discorso, dalle antiche danze piriche e dionisiache degli antichi greci, agli estenuanti e isterici balli di San Vito delle taratolate, fino alla più innocua “notte della taranta”. Siamo seduti sui gradini della chiesa e, di lì a poco, il curato mostra di non gradire lo spettacolo, anche perché sta per celebrare la Messa.
Il giorno successivo altro bel tratto di costa, anche a tratti impegnativo per le rocce, fino ad un faro, dove consumiamo il solito pasto frugale. Rientriamo ad Otranto sotto la pioggia, cosa non prevista nella ”Puglia sitibonda” dei miei ricordi scolastici e ci rifugiamo nel Duomo, che, oltre all’ossario ospita uno straordinario mosaico pavimentale detto “albero della vita”, retaggio di quando la città era la capitale di questa parte della Puglia, ora detta Salento con il termine romano reintrodotto in età fascista, ma nota in precedenza come “terra d’Otranto”.
Ci trasferiamo quindi sul versante ionico e precisamente a Gallipoli, dopo una puntata a Santa Maria di Leuca, estrema propaggine dello Stivale nazionale. Gallipoli, dove ci fermiamo tre giorni, è la patria di D’Alema (ma tengono a precisare che in realtà è nato a Roma…). E’ una bella cittadina medioevale, con un centro storico su una isoletta collegata alla terraferma da un ponte. Siamo ospitati in una dimora gentilizia del ‘500, che da sola vale il viaggio, sia per la storia che per il confort. Un solo problema: il nostro pullman deve ogni mattina attraversare una lunga strettoia dove sarebbe opportuno stabilire la circolazione alternata. Proviamo quindi l’emozione di un lungo testa a testa con un altro pullman che arriva in senso contrario, tipo “sfida all’ok corral”.
Le passeggiate sono memorabili, peccato che alcuni dei parchi, come quello di Punta Suina, siano letteralmente sommersi da immondizie, gettate dal mare ma anche dagli uomini. Anche il tempo non è clemente e più volte dobbiamo aprire l’ombrello (non sono più le Puglie di una volta!). Ciliegina finale del trek sono i due giorni di soggiorno a Lecce, alla scoperta dei grandi e piccoli tesori che richiamano folle di turisti (salviamo una anziana turista scozzese che ha perso contatto con il suo gruppo e vaga disorientata). I turisti affollano soprattutto un curioso museo privato dove, pagando un regolare biglietto, si può visitare un antica casa oggetto di scavo archeologico fai da te, dove ai reperti trovati in loco, si mescolano oggetti di variegata provenienza. Inutile dire che, a dieci minuti di distanza, il museo archeologico vero e proprio, uno dei più importanti del Meridione, tra l’altro, da pochi anni rimodernato e dove l’ingresso è gratuito, è rigorosamente deserto. Ma il turismo funziona così!
Il trek si conclude così in un trionfo di chiese talmente barocche da sembrare finte, tra palazzi e piazze che sembrano la quinta di un teatro. Nel complesso una grande abbuffata di cultura, al punto che alcuni, per digerire, non trovano di meglio che rifugiarsi ogni sera in un pub dal nome programmatico: “Barcollo”.

Giorgio Inaudi
Foto di Mattero Bucciarelli

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