SOTTOSEZIONE DEL CAI - TORINO

ARCHIVIO GITE 2015: Bric Puschera 851 m)

10 maggio 2015 «Siamo finiti nell'unica zona senza vigne». Così commenta un gitante, quando, dopo quattro ore e mezza di cammino langarolo, abbiamo attraversato magri coltivi, calanchi, piccoli prati e vaste distese di cerri, senza vedere alcun grappolo di nebbiolo. Tutti associano le Langhe alle vigne, ma queste occupano solo una piccola porzione del territorio, una sottile fascia nella sua zona settentrionale. Il resto è ancora oggi più o meno come lo descriveva l'imperatore Ottone I poco prima dell'anno 1000: «Transivimus per deserta langarum et reliquimus ea, sine tributo» («Attraversammo i territori deserti delle Langhe, e li lasciammo senza esigere alcun tributo»): un territorio molto povero, con un'agricoltura stentata, affrancatasi dalla malora fenogliana solo grazie alla nocciola o pochi prodotti tipici, come la robiola di Roccaverano. Certo da allora gli orsi si sono estinti (ma i lupi sono tornati); inoltre i tedeschi sono venuti in massa a recuperare cascinali per trascorrere le vacanze o la pensione, ma il carattere tutto sommato ostile alla presenza umana è rimasto. Oggi percorriamo queste zone. Partiamo da Merana, ultimo comune alessandrino prima del savonese, diretti al Bric Puschera, la cima più alta della provincia di Asti (una vetta di prestigio, dunque). Attraversati i magri coltivi attorno al paese, ci arrampichiamo subito per i ripidi calanchi attorno a cascina Varaldi. In queste formazioni erosive non cresce quasi nulla, se non eroici ornielli o pini solitari: sono distese ondulate di terra brulla, che rivestono un fascino quasi esotico, in questa terra altrimenti verdissima di boschi. Raggiungiamo poi i murion, variante locale dei funghi di terra con cappello in pietra. Il nome significa musoni, perché, con una opportuna dose di pareidolia, è possibile riconoscervi sembianze umane o animalesche. Ad esempio in discesa ne troveremo uno localmente conosciuto come 'la sfinge'. Il sentiero risale assai incavato, costringendoci a un po' di equilibrismo sulle sponde per non impantanarci sul fondo fangoso. Il gruppo affiatato procede a ritmo frizzante, anche troppo, incurante del primo anticiclone africano e forse anche di ciò che lo circonda. Al termine della salita, imbocchiamo una pista che procede in quota in un denso bosco di cerri, che ci garantisce piacevole frescura. Tra tutte le fioriture incontrate, oltre alle ultime orchidee, spiccano abbondanti elleborine e gigli di San Bernardo. Al bosco si alternano radure con viste sul santuario del Todocco e sulle lontane Alpi, apparizione un po' eterea attraverso la cappa di umidità padana. Nei pressi di una cascina abitata, a Pian del Verro, costeggiamo alcuni monumentali castagni da frutto, ormai abbandonati. Giunti nei pressi di Serole ci tocca un po' di asfalto, su una strada dove però non passa nessuna automobile, vista anche l'ora da gambe sotto al tavolo. Superata la piazza del paese, deserta, senza neanche un'auto parcheggiata, riprendiamo finalmente una pista sterrata. Dopo un rapido tentativo di smarrirsi nei boschi, risaliamo la dorsale diretti al bric. Al fondo del gruppo, me la vedo con una signora in crisi multipla, anche se per fortuna c'è un sant'uomo che mi fa da schermo. Incrociamo due sorridenti tedeschi a torso nudo, dai fisici assai parchi, quasi da DDR, che fanno un piccolo anello in verso opposto al nostro. Finalmente raggiungiamo la dorsale erbosa che in breve ci porta alla cima. Fantastico panorama sulla cerchia delle Alpi, dal Galero al Rosa, oltre che sulle torri medievali dei paesi circostanti, costruite per proteggere i feudi dei marchesi Del Carretto dalle incursioni saracene. Tranne due lucertole, tutti si fiondano all'ombra della caratteristica pecceta artificiale, che rende il Bric Puschera riconoscibile anche da lontano. Ci stravacchiamo per un po' e trascorriamo il tempo ciascuno a suo modo: chi discorrendo di residuati bellici da collezione, chi di cadaveri plastinati, chi in dissidi coniugali, chi recubans sub tegmine fraxini. Dopo oltre cinque ore dei primi caldi, l'acqua comincia a scarseggiare e si organizzano collette per gli assetati. Quando l'afa del mezzogiorno si avvia a dissolversi e la luce a migliorare, ci incamminiamo nuovamente, diretti alla chiesetta di San Sebastiano. Ci tocca un nuovo tratto di asfalto più breve del precedente, ma con frotte di motociclisti. Il calore che sale dal basso fa fumare i piedi più del solito. Però in breve lo lasciamo per una stradina inghiaiata, che ci porta a case isolate con nomi tedeschi sulla buca delle lettere. Ritorniamo nel bosco, la cui ombra non è però più sufficiente a donarci frescura. Facciamo una breve sosta presso alcuni murion, socializzando la poca acqua rimasta. Ci dirigiamo poi verso il tratto più affascinante dell'intero giro, che abbiamo tenuto per ultimo: una discesa su una cresta, culmine di una vasta area di calanchi. Sul terreno riarso crescono profumatissimi timo e ginestre in fiore e sono ben visibili le piste dei caprioli. Un ultimo ripido tratto sul terreno nudo, che mette a dura prova le vertigini di un gitante, ci porta nuovamente ai coltivi attorno a Merana, da cui in breve siamo al paese. Saccheggiamo le birre del bar e sciogliamo il gruppo. Abbiamo finalmente goduto di una bella giornata di sole, dopo una gita annullata per pioggia e una spazzata da una gelida tramontana.

Sergio Chiappino