SOTTOSEZIONE DEL CAI - TORINO

ARCHIVIO GITE 2015: GEA Grande Escursione Appenninica

4-12 luglio 2015 «Venite al sole. A quest'ora del pomeriggio avanzato è bellissimo e non picchia più». Ma io e Lino non ci pensiamo nemmeno per un secondo. Ce ne stiamo all'ombra dei faggi, sulla riva limacciosa del lago Baccio, e ci sentiamo sciafili come loro. Anche oggi il sole ha picchiato duro, su queste cime spoglie a quasi 2000 metri di quota: le braccia di Lino sono di un rosso fosforescente, quasi soprannaturale. Non ero stato troppo prudente quando avevo raccomandato di portare borracce da tre litri e la protezione 30: mi ricordavo solo la mia precedente esperienza, quando ancora a settembre ero tornato bello abbronzato e la borraccia da un litro e mezzo era stata un po' scarsa in certe tappe. Da tre giorni cerchiamo la protezione di ogni faggio, alla cui ombra marciamo quando scendiamo un po' di quota. Oggi poi abbiamo affrontato il Rondinaio dal versante sud, per una salita ripidissima, che richiedeva anche l'uso delle mani in certi punti; l'ora era quella impietosa del principio del pomeriggio, sotto un sole a picco. A metà abbiamo trovato l'unica striscia di ombra, ai piedi di un roccione, e ci siamo fermati un po' illudendoci che lì fosse fresco, ma per il resto nessuna requie. Solo un po' di sollievo in un tratto in piano, un traverso esposto molto aereo, e poi l'implacabile rampa finale.Per non parlare della discesa, in una conca dall'aria stagnante e soffocante. Meno male che oggi il clima si è fatto molto più secco, altrimenti mi sarei rifiutato di accompagnare Lino, che teneva a questa vetta, in favore di una scorciatoia in mezzo ai boschi. Al principio del viaggio invece l'afa era stata opprimente: abbiamo avuto la sfortuna di partire proprio nel mezzo di un'ondata di caldo africano, come lo chiamano i giornalisti. Ricordo ancora la notte a quasi 2000 metri, quando alle 3 uscii per scattare qualche foto: faceva ancora caldo e l'umidità era tale che le strutture metalliche esterne gocciolavano. Non parliamo poi del giorno precedente, quando dal fondovalle eravamo saliti fin sul crinale. Faceva già caldo al mattino, ma all'inizio non era andata tanto male, mentre guadagnavamo quota e passavamo dai carpineti alle faggete miste ad abeti. Intorno a mezzogiorno però, il cielo si era coperto e l'afa si era fatta insopportabile. Per fortuna, in un rifugio CAI, pur in preda la delirio della festa annuale, avevano trovato due minuti per riempirci le borracce di acqua freschissima. Al passo dello Strofinatoio, dove avevamo raggiunto il crinale, eravamo esausti più per l'umidità soffocante che per i 1400 metri di salita con lo zaino pesante. Il secondo giorno era andata un po' meglio, sia perché al rifugio ci avevano preparato la colazione presto, sia perché era la prima tappa di crinale, in quota, e al mattino era stata un minimo ventilata. Da quel giorno in poi, infatti, avremmo vissuto l'insolita esperienza di camminare sul crinale della catena, che in questa zona è prevalentemente erboso e può essere facilmente percorso a piedi. Per chi è abituato a salire sulle nostre montagne, che sono impervie e ripide, è un'esperienza del tutto nuova, quella di camminare comodamente standosene nel punto più alto, da cui si domina un paesaggio a perdita d'occhio. Nelle giornate limpide è straordinariamente panoramico: dal Rondinaio, che è in provincia di Modena, si vede l'arcipelago toscano, mentre dall'ultima cima del trek, la Nuda, si riconoscevano facilmente il golfo di La Spezia e l'isola Palmaria. Ma anche il panorama vicino non è da meno. Sul versante toscano scende molto ripido, in certe zone anche con dirupi, fino a profonde valli, che ci separavano dalle Alpi Apuane, compagne inseparabili dal quarto giorno di cammino. Da quello emiliano, invece, digrada più gradualmente, fino a calare in dolci colline coltivate, da cui negli ultimi giorni svettava la celebre Pietra di Bismantova, una rocca di bianca anidrite (solfato di calcio, come il gesso). Gli ambienti in cui siamo stati più spesso sono stati tre. Sulle cime più alte si alternano prateria e brughiera a mirtillo. La seconda è la più caratteristica; dà il meglio di sé a settembre, quando si tinge di rosso, ma anche adesso i colori non sono meno appariscenti, perché la troviamo nel pieno della fioritura. Quest'anno ha tardato molto, perché fino a un paio di settimane or sono ha fatto fresco e poi questo caldo arrivato tutto d'un botto ne ha provocato una specie di esplosione. In particolare è fiorito tutto insieme l'iperico, una piantina usata in erboristeria, che produce degli appariscenti fiori gialli. Enumerare tutte le fioriture viste sarebbe impossibile, anche perché molte le ho incontrate qui per la prima volta e non sono riuscito a identificarle; oltre all'iperico, ricordo anche l'aquilegia maggiore, che a differenza della sua più comune sorella dei sottoboschi ricchi di humus, vive nelle praterie in zone a clima moderatamente caldo (dalle nostre parti è diffusa sulle Alpi Liguri). Al di sotto delle praterie, c'è il limite dei boschi, che sono di faggio quasi puri, anche per l'intervento dell'uomo, che li ha impoveriti di biodiversità per sfruttarne la legna (qua e là fanno capolino le piazzole dei carbonai). Solo il primo giorno troviamo i faggi imponenti delle medie quote, perché in alto il clima è più ostile e gli esemplari sono più stentati. Spesso sono sottili e fitti come tanti asparagi in mazzetto. Gli ultimi alberi prima della prateria, così come quelli di crinale, modellati dal vento e dalle intemperie, hanno spesso forme molto contorte e caotiche, con tronchi che si attorcigliano su sé stessi e rami che procedono a zig-zag. Il crinale è quasi sempre verde: sono sporadici gli affioramenti rocciosi. Le rocce sono solo di tipo sedimentario, di solito marne e arenarie. Gli Appennini, infatti, hanno cominciato a sollevarsi dal fondo della fossa oceanica, dove confluivano i detriti erosi dalle Alpi, che erano già emerse al di sopra del livello del mare. Quando si accumulavano lentamente, si formavano le friabili marne, quando invece arrivavano le correnti di torbida, gigantesche frane sottomarine, si formavano le più compatte arenarie. Gli strati alternati sono ad esempio ben visibili nel Corno alle Scale, una cima che abbiamo sfiorato nella prima tappa. Le arenarie potevano comunque essere incise molto facilmente, tanto che salendo sul Prado ne abbiamo trovata una, su cui qualche pastore nel passato ricavò una preghiera. In certe zone è pure ancora visibile il modellamento operato dai ghiacciai nelle passate ere glaciali, nella forma di circhi, morene e laghi glaciali. Il Lago Santo Modenese, in particolare, sulle cui sponde abbiamo dormito, è un luogo davvero romantico, immerso com'è nella foresta ai piedi del monte Giovo, la montagna dall'aspetto più alpino tra quelle incontrate. Avevamo anche fantasticato di salirla, ma il caldo e le tappe già abbastanza faticose ci hanno fatto desistere dal proposito. Di fauna non ne abbiamo vista molta: i simpatici tritoni del lago Nero, una mamma capriolo con due cuccioli, alcune marmotte (introdotte dalla Forestale nei decenni scorsi), un gruppo di pastori maremmani a guardia di un gregge che ci ha fatto sentire il fiato sui polpacci. L'incontro più ravvicinato è stato coi cinghiali del rifugio Battisti, che smaltisce l'organico dandolo in pasto a loro. Due femmine adulte con molti cuccioli si sono presentate prima di cena, mentre noi eravamo piazzati al limite del bosco in attesa. Sono emerse timidamente e con cautela dal profondo di una forra e hanno voracemente divorato il pasto, per poi dileguarsi in un amen. Intorno al rifugio, mentre ammiravamo la stellata di una notte senza luna, abbiamo anche visto degli strani vermi luminescenti. L'Appennino è un territorio selvaggio, che però da tempi immemorabili è stato percorso da eserciti, viandanti, pellegrini. Il ricordo di Annibale è ancora molto vivo nei toponimi: oltre a un passo, abbiamo attraversato una zona di sassi smossi chiamata “Campi di Annibale”, perché sarebbero il risultato dell'accampamento degli elefanti. Sui passi abbiamo incrociato molte vie storiche: dalla statale dell'Abetone, costruita già nel Settecento come strada carrozzabile, alla Via dei Remi, una pista che serviva all'approvvigionamento di legname navale per il Granducato di Toscana. Oggi, oltre che dagli escursionisti (pochi quelli che percorrono la GEA ma abbastanza che fanno gite brevi), queste montagne sono vissute da pochi pastori di capre e pecore, mentre d'inverno sono battute dagli sciatori, sia su pista che scialpinsiti. C'è poi una gran folla di turismo stradale di motociclisti e di persone che fanno pochi passi a piedi e la domenica affollano all'inverosimile le zone più accessibili, per fare il picnic o l'abbuffata al rifugio. I due rifugi CAI in cui abbiamo dormito offrono, oltre alla ristorazione, un ricco programma culturale di concerti in quota, per attrarre questi turisti. E in effetti di turisti a spasso, gente che cammina ma non sa che strada fare per giungere alla meta, e a volte nemmeno dove sta andando, non ne abbiamo trovati pochi. Noi eravamo quasi un'eccezione.

Sergio Chiappino

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© Foto di Lino Rosso e Sergio Chiappino