SOTTOSEZIONE DEL CAI - TORINO

ARCHIVIO GITE 2015: Benvenuti in Bergamottoland

Aspromonte, 4-8 dicembre 2015 Sarà ricordato come il trekking del bergamotto. Diciamo subito che non si parla di un banale agrume come gli altri, ma piuttosto un’essenza identificativa e quasi rituale che pervade ed impregna (anche nel senso proprio del termine) un intero territorio, l’Aspromonte e una popolazione, i Grecanici, che ne sono i devoti e gelosi custodi. Al nostro arrivo l’Etna è in eruzione e un sottile strato di cenere ha ricoperto Catania, Messina ed anche Reggio. Rischiamo di non atterrare, ma la proverbiale fortuna dei trek di Marialuisa ci assiste ancora una volta. Soltanto una grande colonna di fumo si innalza dalla gigantesca montagna, dall’altra parte dello stretto. Come ogni volta, ci attendono le guide di Naturaliter, questa volta in gran forze anche perché giocano in casa, dal loro quartier generale di Bova. Prendiamo subito contatto con la lingua grecanica, antico e prezioso retaggio dei coloni greci che popolarono queste terre in secoli lontani. Il primo villaggio che visitiamo si chiama infatti Pentedattilo, che significa “cinque dita”, perché sorge alla base di una grande rupe che gli elementi hanno forgiato in figura di una gigantesca mano. Come anche altri insediamenti medioevali che vedremo in seguito, anche questo è abbandonato dagli abitanti e frequentato soltanto da artisti nella bella stagione. Pare sia frequentato anche da fantasmi, che sarebbero il sottoprodotto di terribili faide di sangue perpetrate tra queste rupi. Ci racconta tutto un curioso personaggio che parla tutte le lingue, salvo girare sull’inglese quando gli diciamo che veniamo da Torino. Il tempo stringe e nel pomeriggio arriviamo all’azienda agrituristica di Amendolia, dove trascorreremo le due prossime notti. Ovviamente si chiama “Il Bergamotto”, perché qui tutto gira su questo prodotto la cui essenza, tra alti e bassi, ha portato e porta benessere in queste terre, che sembrano essere le uniche in grado di produrle. Così ci dice il proprietario, signor Ugo, che è anche uno dei protagonisti dello sviluppo turistico di questi luoghi, che sta riportando un po’ di vita in una terra desolata dall’emigrazione degli anni Sessanta. Ci spiega come il bergamotto sia una mutazione dell’arancia amara, riproducibile soltanto con innesto, prezioso quanto delicato componente della famosa acqua di Colonia e di mille altri profumi sin dal XVIII secolo. Nei giorni successivi impariamo a conoscere le varie declinazioni gastronomiche dell’agrume (che in realtà non si mangia): the, amaro, miele e marmellata e ancora bergoncello, bergotto e altro ancora. La sistemazione è spartana perché non c’è riscaldamento, ma per il resto si sta molto bene in questa oasi di verde che si affaccia sulla desolata pietraia della immane fiumara di Amendolia. L’agriturismo è popolato di asini e di gatti, uno dei quali, particolarmente aggressivo, riduce a mal partito un malcapitato che cerca di accarezzarlo. Il giorno successivo, per ripidi sentieri scoscesi, raggiungiamo il piccolo villaggio di Gallicianò, dove ancora si parla il grecanico e dove visitiamo la piccola e suggestiva chiesetta ortodossa. Gli abitanti sono pochi ma molto accoglienti e nel pomeriggio, muniti di organetti e tamburelli, intonano una danza indiavolata che pare chiamarsi “pizzica” o “taranta”. Ci lasciamo coinvolgere volentieri, ma il tempo corre e bisogna rientrare prima del calare della notte. Spunta l’alba del terzo giorno e finalmente iniziamo la salita verso la città di Bova, capitale dei Grecanici e soprattutto base operativa di quella macchina da guerra che è Naturaliter. La salita è allietata da pause per consumare un ricco picnic allestito da Angelo e Antonio ed assaporare la frutta colta direttamente dagli alberi. Bova, in passato, era un centro vivace, sede addirittura di ospedale, tribunale e persino del vescovo. Ma lo spopolamento del secondo dopoguerra ha colpito forte anche qui. Rimane una piacevolissima cittadina, meta di turisti soprattutto stranieri, richiamati dalla posizione straordinaria, che domina il mare a novecento metri di altezza, culminando con una rupe che reca le tracce della dominazione greca e normanna. Nella bella piazza centrale, tra chiese romaniche e palazzine barocche, vagamente inquietante come un manichino in una tela di De Chirico, sta una grande locomotiva a vapore, lontana in modo metafisico da ogni rete ferroviaria. Chiediamo lumi a un anziano che siede al tavolino del caffè. Ne esce una storia molto italiana, una torbida storia di potere e di clientele politiche, con tanto di morti ammazzati, che nessuno ha voglia di rinvangare. Il treno promesso, quello vero, non arrivò mai a Bova e forse fu meglio così. Meglio arrivarci a piedi come abbiamo fatto noi. In attesa della cena, ci godiamo un lungo aperitivo nel caffè della piazza, Inutile dire che non c’è WiFi e non sappiamo nulla delle vicende della legge di stabilità e della chiusura della borsa di Tokyo. In alternativa, possiamo parlare con l’oste di lupi e di cinghiali, che da queste parti fanno più paura dell’Isis. La cena, presso la Cooperativa San Leo, meriterebbe di essere cantata con i voli pindarici della più ispirata poesia grecanica. Ma chi scrive è stato accusato, probabilmente a ragione, di smodata ghiottoneria da parte di quella fazione di Geatini, forse non maggioritaria ma influente, che si sono votati ad un escursionismo ascetico, che si pasce di ampi panorami e di pochi tozzi di pane stantio. Pertanto il lettore potrà soltanto immaginare le leccornie che furono servite in quella e nelle altre occasioni. Solo un poeta saprebbe descrivere il sapore del capocollo, l’aroma del formaggio di pecora e capra, la zuppa di pasta e ceci, i maccheroni al ferretto, lo stufato di capra e le deliziose salamelle. E ancora le polpette di ricotta, i pomodorini piccanti, i dolcissimi fichi secchi, la lestopizza (una specialità locale da non perdere!) mentre non siamo riusciti a gustare i leggendari ciccioli, che ancora bollivano nel pentolone quando siamo partiti. Di tutto questo non rimarrà traccia per i posteri, che dovranno accontentarsi di sapere che non soffrimmo la fame. Siamo sistemati in diverse strutture della cittadina, tutte molto confortevoli e qualcuna anche di charme, anche se qualcuno si lamenta del freddo. Del resto siamo a novecento metri di quota. La mattina seguente ci alziamo prima del levar del sole e partiamo per quella che sarà la traversata più impegnativa. La nostra guida brandisce una lunga scure, non sappiamo se per abbattere la vegetazione o per allontanare lupi e cinghiali. Dopo una bella mulattiera iniziale, il sentiero si fa più ripido ed esposto, finché una immane frana ci sbarra il cammino. Le nostre guide tentano più volte di forzare il passaggio, ma alla fine dobbiamo arrenderci, anche perché la nostra unità è bensì agguerrita ma è composta soprattutto di donne e di vecchi (ci sono anche due bambini non ancora cinquantenni…). Il tempo diviene più freddo e nebbioso, ma le nostre guide ci coccolano. Accendono il fuoco per riscaldarci mentre consumiamo il solito pasto frugale, mettono in fuga un branco i cinghiali che si dirigono pericolosamente verso di noi (qualcuno poi dirà che sono maiali allevati allo stato brado…), ammucchiano massi come i Ciclopi di Ulisse per aiutarci nel guado della fiumara. Finalmente arriviamo in vista di Roghudi, paese fantasma aggrappato a un crinale roccioso tra due profonde ravine. Contava più di mille abitanti e fu abbandonato definitivamente nel 1971, dopo terremoti e alluvioni. Risaliamo lentamente l’unica viuzza tra le case ormai fatiscenti o crollate del tutto. Una visione spettrale, sospesa tra le nebbie di un crepuscolo incombente. I nostri pulmini ci attendono dall’altra parte dello sperone roccioso, dove termina una strada anch’essa in stato di abbandono. Nel tragitto che ci riporta a Bova, c’è ancora il tempo per una rapida sosta alla Rocca del Drago, una grande rupe con due occhi inquietanti, sospesa in cima a un cordolo di pietra. Anche qui storie di sangue, particolarmente suggestive perché stanno calando le tenebre. La sera consumiamo l’ultima cena, seguita da un concerto di musica gracanica suonata con la zampogna, che ci viene illustrata da un giovane musicista del posto. L’ultimo giorno non dobbiamo camminare, ma soltanto visitare la cittadina e fare gli ultimi acquisti di prodotti locali. Ma prima di partire il trek offre ancora due chicche. Durante la sosta a Reggio abbiamo il tempo di gustare il leggendario gelato di Cesare sul lungo mare, dove il gelato più richiesto è ovviamente quello al bergamotto. Si chiude alla grande con la visita al museo archeologico, naturalmente quasi chiuso per restauri da tempo immemorabile, come del resto quasi tutti i principali musei del nostro Paese. Per fortuna sono esposti i due mitici bronzi, le cui forme scultoree (la famosa “tartaruga”…) suscitano irriverenti confronti con le nostre pancette. Personalmente non mi dicono granché, a me piace di più la Venere di Milo…

Giorgio Inaudi