SOTTOSEZIONE DEL CAI - TORINO

ARCHIVIO GITE 2015: Quasi Monte Argentea (1086 m) e quasi Monte Rama (1150 m)

19 aprile 2015 «Stanno pulendo la tavola». Queste parole domestiche mi rivolge Adelaide, quando arrivo in coda agli ultimi. Da una buona mezz'ora procedo come a tentoni sulle pietraie viscide del sentiero A, meditando su ogni incerto appoggio per non farmi ingannare dalle rocce infide; barcollando, oppongo resistenza con i bastoncini alla tramontana ululante, che a volte quasi riesce a buttarmi a terra. Il cappuccio della giacca si gonfia e si affloscia, come respirando al ritmo caotico delle folate. Non so quanto io o gli altri, in questo traverso sotto la vetta dell'Argentea, siamo riusciti a cogliere del paesaggio che ci circonda; non dico nel primo tratto, in cui siamo immersi in una nube orografica, che ci nasconde il panorama, ma almeno più avanti, dove la nebbia si dirada. La Vallescura, in cui ci siamo infilati dall'alto, ha un aspetto austero di alta montagna, di distese pietrose e impetuosi rii, anche se si trova a una manciata di chilometri dalla costa: la si imbocca direttamente dai condomini della speculazione edilizia di Lerca e, voltato l'angolo, sembra di essere nel mezzo di una natura primordiale. Infatti intorno a noi ci sono solo vaste pietraie scure, una forra profonda, boschi e radure che appena cominciano a inverdire; la luce cupa e il mare incolore che vi fa da fondale li rendono ancora più severi. Nonostante l'indubbio fascino, abbiamo tuttavia preferito non discenderla a causa di un guado difficoltoso lungo la via. Ma finalmente, accantonata la cima per il sentiero oggi troppo pericoloso, per noi è giunto il momento di trovare requie dal vento che ci sferza fin dal mattino: senza toglierci strati di dosso (io neppure i guanti), ci acquattiamo sulle panche del ricovero Padre Rino, uno di quei bivacchi in pietra e cemento tipici di questa zona di Appennino. Che il tempo non ci avrebbe soccorso lo avevamo capito fin dal mattino. Sveglia alle 5, è ancora presto quando l'autostrada varca l'Orba e ci scaraventa sotto le nubi nere che avvolgono l'Appennino. Quando usciamo dall'autogrill, dopo la colazione, ci scaricano addosso una pioggerella fitta fitta, che ci fa correre verso le macchine per cercare riparo. Oltre il crinale la precipitazione cessa, ma giù dal Turchino le auto sbandano per il forte vento, che così ci saluta. Partiamo da Lerca intabarrati come per una gita invernale, indossando pile, gusci, guanti e berretti. Scendiamo al ponte sull'omonimo rio e cominciamo a salire. Trascurato il sentiero dell'ingegnere, curioso lascito di un acquedotto mai terminato per l'opposizione degli abitanti, ci infiliamo nell'ondeggiante erica fiorita e poi nella pineta. La tramontana è così fredda e ostinata che per scaldarci battiamo tutti i record di ascesa: quasi 600 m/h è la velocità media tra il ponte e la Colettassa. I poveri narcisi trombone, fioriti nei giorni scorsi, sono sfibrati dal vento e intirizziti dalla pioggia cessata da poco. Dopo la Gua de Botte sbuchiamo in un ambiente più aperto, dove l'aria non trova più ostacoli ed è così sferzante da sbilanciarci e quasi buttarci a terra. Dato che prima della cima c'è un traverso esposto, su rocce rese scivolose dalla pioggia, decidiamo che eviteremo la cima se il vento non si placherà almeno un po'. Il tratto di qui alla Collettassa è una successione di picchi rocciosi ornati di radi pini, sparsi nei prati ancora gialli. Visti dall'alto, i più bassi si perdono nella tenue foschia, propaggine inferiore della nube che avvolge la cima e tarda a dissolversi; a malapena lascia intravedere il promontorio della Caprazoppa incunearsi nel mare grigio. Questo è senz'altro il tratto più bello della salita. La cima invece è più anonima. È il destino comune di molte del gruppo del Beigua, dove la dorsale è quasi piatta e le vette si distaccano di pochi metri dai colli: tanto è bello il versante sud, quanto insignificanti sono le sommità. Anche per questo sembra che nessuno protesti quando, senza esitazioni, lasciamo il sentiero di salita e imbocchiamo il sentiero A diretti al Padre Rino. Nel bivacco restiamo un bel po'. Gambe sotto al tavolo, consumiamo i nostri panini e condividiamo la focaccia portata dalla gentile savonese, che aveva quasi rischiato un forfait. C'è anche chi, nella gioia del riparo, sente calore provenire dalla stufa fredda. Anche se qualcuno mostra segni di inquietudine per la sosta prolungata, il gruppo non sembra dar loro retta, tanto che bisogna scuoterlo un po' per rimetterlo in moto. Facciamo sommarie pulizie (ce n'era bisogno), chiudiamo la porta e proseguiamo nel traverso lungo il sentiero A. Tagliamo un pendio di faggi striminziti, che lottano contro un terreno magro di molte rocce e poca terra. Sui loro rami le gemme vanno trasformandosi nelle prime foglie; tra l'erba ancora nel sonno invernale, le prime colorate fioriture danno un tocco di vivacità a un paesaggio altrimenti quasi senza tinte. Il vento non cessa, ma il cielo va schiarendo e un timido sole riesce a filtrare tra le velature postfrontali. Con rinnovato ottimismo decidiamo di prolungare la gita e provare a salire sul monte Rama. Tuttavia, lasciata la zona riparata nella conca, la tramontana riprende vigore e una gitante ne fa le spese con una sorta di capriola. Rinunciamo allora anche a questa cima e ritorniamo sui nostri passi, fino alla Carboniera. Dopo una breve pausa, riprendiamo il sentiero A, che aggira gli spuntoni del monte Rama con un traverso di mirabili sopraelevazioni in muri a secco. Sotto di noi i precipizi, di fronte l'anfiteatro attraversato prima, con la cima dell'Argentea finalmente sgombra da nubi. Qui scattiamo la foto di gruppo. Giunti all'imbocco della diretta per il Rama, da cui avremmo dovuto scendere se avessimo raggiunto la cima, il vento ci accoglie con boati. Nell'aria più tiepida del versante solatio, scendiamo a passo tranquillo lungo la comoda mulattiera. Bellissime le pareti del Rama a strapiombo su di noi. Aggiriamo il Bric Camulà e in un luogo riparato facciamo merenda. Finalmente il mare è blu. Quando il sole scompare dietro una nuvola, ci rimettiamo in moto senza bisogno di dircelo. Chiacchierando amabilmente, proseguiamo tutti insieme e senza storia perdiamo quota, tra fioriture e profumi mediterranei, fino a raggiungere la zona nuova di Lerca, con i suoi orridi palazzi lasciati a metà. Vorrei fare i complimenti a tutti i partecipanti, per una serie di motivi: non si sono fatti scoraggiare dal maltempo, neanche alla partenza; non si sono persi nel tragitto in auto, nonostante fossimo fuori dalla valle di Susa (va detto tuttavia che un paio di tentativi in senso contrario sono stati fatti); non sono andati nel panico quando siamo partiti in discesa anziché in salita; non hanno protestato per i munta e cala o l'anello troppo lungo, anzi, hanno chiesto loro di prolungare la gita; hanno accettato di buon grado le pause extra. Unica nota di demerito: nessuno ha voluto fermarsi a cena (la trattoria di Campo Ligure reperita su TripAdvisor meritava un passaggio).

Sergio Chiappino

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© Foto di Matteo Bucciarelli