SOTTOSEZIONE DEL CAI - TORINO

ARCHIVIO GITE 2014: Cima Rosta (2174 m) e Cima Loit (2034 m)

22 giugno 2014 Dopo questa gita la fama mia e di Adelaide non potrà che consolidarsi. Infatti, con il provvidenziale aiuto di un imprevisto, siamo riusciti a trasformare una tranquilla gita, che avevamo venduto come adatta a tutti, in un estenuante anello sui sentieri perduti di queste montagne dimenticate: più di un gitante è tornato sfiancato nel fisico o nello spirito. In salita era andato tutto bene. Una tranquilla ascesa nei prati fioriti: gigli di monte, ginestrine, rododendri, genziane, nontiscordardime, seneci ci hanno accompagnati lungo la GTA che sale da Prascondu al colle Crest. Unica nota negativa, le nuvole già molto dense a metà mattina, che per tutto il resto del giorno ci avrebbero avvolto in un'opprimente nebbia afosa. Incominciano a nascondere il Monte Colombo e Cima Rosta; poi piano piano coprono tutto il cielo. Già immersi nella coltre grigiastra proseguiamo per un traverso sulle pendici di Cima Rosta. Dalla dorsale che offre la salita più comoda, lasciamo il sentiero e raggiungiamo la vetta per ripidi prati. Non era prevista, ma «una cima ci vuole», sentenzia la saggezza CAI, anche se dalla cima vediamo giusto i nostri nasi, come testimonia la foto del gruppo. Tornati sul sentiero, procediamo fino al Piano delle Masche, nome assai azzeccato, perché oggi non ci stupiremmo affatto di incontrarle. Pranziamo in compagnia di un gruppetto del CAI di Cuorgnè che è salito dal versante della val Soana. Nonostante il tempo bigio, il morale è alto: si ode carrettare e programmare le gite future (questa è improvvidamente considerata archiviata, essendo ormai stata toccata la vetta). Ci incamminiamo quindi sulla cresta erbosa quasi in piano che conduce a Cima Loit. La vista non si spinge oltre i venti metri, giusto fino alle ombre scure di quelli più avanti nel gruppo, perché dal basso salgono dense nuvole, appiccicose e soffocanti. Dalla vetta bisogna procedere fuori sentiero, su una cresta erbosa, fino all'alpe Belvedere. Durante la ricognizione eravamo semplicemente andati a vista. Ora facciamo lo stesso, anziché usare la navigazione strumentale con carta a azimut; così con piglio sicuro imbocchiamo la dorsale sbagliata. Il prato da scendere è molto ripido, ma ce la caviamo tutti, tranne una camula (peraltro abilitata dal CAI all'accompagnamento su percorsi EE), che, anche grazie alle sue scarpe di pongo, scivola rovinosamente e viene trattenuta a stento per lo zaino da un provvidenziale salvatore. Siamo scesi di 200 metri quando la nebbia che si dirada ci offre lo spettacolo di una valle ripida, che precipita nei dirupi proprio sotto di noi. Aiuto, non è questo che ricordavamo: abbiamo sbagliato strada!
Un conciliabolo conclude che è meglio tornare indietro, perché il traverso verso l'alpe Belvedere, che pure ora ricompare dalla nebbia, è troppo gravido di incertezze. Torniamo quasi in cima, da dove a nebbia diradata individuiamo la cresta giusta. Tuttavia l'erta risalita ha sfiancato qualche gitante; la camula è fuori di sé e si rifiuta di scendere per un altro prato. Perciò, mentre il grosso si appresta a scendere, con la camula e un gruppetto torno al Piano delle Masche e di lì imbocchiamo insieme un sentiero che porta in traverso all'alpe Belvedere. Mi preoccupa un tantino un tratto puntinato sulla carta, ma per fortuna è solo una zona un po' franata e invasa dagli ontani. Superatala, riesco a ritrovare il sentiero e le tacche rosse, poco sotto di noi. Intanto arriva una telefonata che ci avverte che anche il resto del gruppo non si fidava a procedere nella nebbia, per cui si è messo sulle nostre tracce. Mentre li attendiamo, la camula si imbizzarrisce e inizia a farneticare di voler proseguire da sola o di chiamare i soccorsi. Naturalmente non ha la carta e non ha la più pallida idea di dove si trova. La teniamo a bada con l'aiuto del saggio del gruppo. Riunitici, proseguiamo tutti insieme lungo il traverso. È uno di quei vecchi sentieri dimenticati, che nessuno più percorre: solo qualche cespuglio segato denuncia un passaggio di non si sa quando. Li si trovano spesso in queste montagne canavesane, ma anche nelle valli di Lanzo: appena appena visibile, tacche scolorite, richiede un certo grado di attenzione per non perderlo. Attraversa zone molto selvagge, ricoperte da vegetazione lussureggiante, unendo vari alpeggi in quota. Anche le alpi sono abbandonate da ormai molti decenni, come il sentiero. Deve anche essere panoramico, ma lo percorriamo in questa nebbia fitta che non ci molla. Mi domando però quanti abbiano notato queste cose. Non la capogita, che è assillata dai timori di chi non è pratico di questi vecchi tracciati, e in preda al panico comincia ad avvisare casa che ci siamo persi. Il lungo traverso di munta e cala sfianca alcuni e irrita altri, che nella loro Weltanschau contemplano solo le direttissime. Finalmente raggiungiamo l'anelato curvone, quel punto dove sulla carta si vede il sentiero piegare a U per scendere verso Prascondu. Da qui è ben tracciato e ripulito, anche di recente, perché conduce ad un alpeggio ancora sfruttato. Pian pianino percorro l'ultima ora nella coda del gruppo, tra fitte chiacchiere su tutto tranne che la gita che si va a concludere. Quella meglio archiviarla e basta. Alle 20 siamo alle auto. Il santuario è deserto come lo avevamo trovato al mattino. «Se qualcuno vuole bere qualcosa, vada alla fontana, perché si va dritti a casa, senza più fermate, neanche per pisciare». I capigita con i loro amici sono lasciati soli a cenare nella semplice e accogliente trattoria di Talosio, in compagnia dei cartoni animati che incantano la figlia della proprietaria.

Sergio Chiappino

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© Foto di Antonio Carretta e Sergio Chiappino