SOTTOSEZIONE DEL CAI - TORINO

ARCHIVIO GITE 2013: Monte Saccarello

2-3 novembre 2013 Con questa gita da un giorno e mezzo abbiamo voluto far conoscere una zona poco frequentata dai torinesi, perché di accesso scomodo. In effetti già solo la strada per arrivare fin qui è un viaggio tra le curve e le foreste. A metà del primo giorno un gruppetto si trova a Triora, dove facciamo un giro per gli antichi terrazzamenti coltivati a ulivi e zone più scoscese occupate dalle foreste di castagno, l'albero del pane delle zone difficili da coltivare. Sulle loro cortecce vive una specie di lichene molto pregiato, la Lobaria Pulmonaria, estinto in Piemonte a causa dell'inquinamento, che qui trova invece un habitat favorevole. All'imbrunire facciamo anche un giro per Triora, accompagnati da Giorgio Agnello, che qui ha trascorso molte estati della sua giovinezza e ha una storia da raccontare per ogni angolo dei suoi carugi. Prima di cena ci ricongiungiamo con chi ha saltato la passeggiata di oggi, per non rischiare di divertirsi troppo. A Realdo, dove c'è il rifugio, è in corso una festa con tanto di ballerine di burlesque, che provvidenzialmente rivitalizzano i nostri soci maschi, in vista della faticosa escursione di domani. A cena il vino è compreso nella mezza pensione e qualcuno ne approfitta; meglio non fare nomi, perché il loro curriculum era già abbastanza riprovevole prima di questo exploit.
Al mattino ci raggiungono i savonesi e ci dirigiamo a Verdeggia per la strada. C'è anche un sentiero, ma decidiamo di non allungare troppo l'escursione, che alla fine sarà di oltre 20 chilometri, come registra il meticoloso GPS. Da Verdeggia si segue una mulattiera che con pendenza graduale sale verso due minuscole frazioni, oggi in rovina. Sono annunciate da zone terrazzate, dove probabilmente si coltivava la segale o qualche altro cereale adatto alla montagna. Da tempi ormai remoti tutto l'ambiente è stato riconquistato da un bosco oggi sfolgorante di colori autunnali, ma i segni dell'antica colonizzazione sono ancora molto evidenti. Un ultimo breve strappo ci conduce al passo della Guardia, dove ci concediamo una pausa in vista del lungo zig-zag che ci porterà al passo di Garlenda. Al passo si incrocia una carrozzabile militare dove immancabile transita un fuoristrada. La fitta rete di rotabili che innerva questa zona, vicina al confine e alle fortificazioni di Cima di Marta e monte Toraggio, è purtroppo interamente accessibile ai mezzi motorizzati, che anche fuori stagione la percorrono in quantità. Ne troveremo uno persino in vetta.
Affrontiamo la salita, regolare ma senza requia, con un passo frizzante come il vento che soffia dal mare. Il panorama si allarga a poco a poco sui corrugamenti della valli sottostanti, sulla Valle delle Meraviglie, sui borghi spersi tra le foreste, sul mare lontano. Solo la Corsica resta celata da cumuli adagiati sul mare, ma il motivo c'è e lo capiremo in discesa. Dopo tre ore di marcia raggiungiamo finalmente il passo di Garlenda, che separa il Frontè dal Saccarello, dove ci fermiamo a pranzare al riparo di una costruzione diroccata. Mentre ci rilassiamo si fanno vedere un gruppo di camosci e un'aquila.
A passo rilassato percorriamo quindi la dorsale quasi pianeggiante verso la cima, godendoci il panorama che ora si estende pure verso Nord, verso il gruppo del Marguareis-Mongioie, con una finestra sul Monviso, ma anche verso est, fino al Castell'Ermo e al monte Carmo. Ma anche il vicino Fronté mostra interessanti formazioni sedimentarie corrugate dalle spinte tettoniche. Siamo proprio sul margine del versante più ripido del Saccarello, verso cui ci affacciamo per vedere i dirupi che precipitano su Verdeggia. Alla spicciolata arriviamo alla cima ufficiale, dove c'è una statua di Cristo Redentore, che condividiamo con una famiglia in fuoristrada. Ma un gruppo di irriducibili attacca anche l'ultimo dosso, dove c'è un cippo (la famiglia tenta di imitarli, ma alla fine si accorge che il mezzo non è adatto al sentiero e desiste). Qui gli intrepidi si ricongiungono con due ciclisti GEAT isolazionisti, che sono saliti per conto loro dalle strade militari.
Il primo tratto di discesa è assai aereo. Le nuvole sul mare si stanno dissolvendo e lasciano finalmente vedere la Corsica, giusto in tempo per celarla al fuoristrada della vetta, che è sceso prima. Per di più, il cielo che si era velato nelle ore centrali si va rasserenando e la luce radente disegna i contorni delle dorsali. Intanto però il gruppo non riesce a godersi questo spettacolo, perché, fiaccato da addirittura 4 ore di marcia, è percorso da una strana inquietudine mista a incredulità. «Ma com'è questa storia che scendiamo a Realdo anche se siamo saliti da Verdeggia? Non mi ci raccapezzo». «Sono 70 anni che vado in montagna, e sono sempre sceso dalla via di salita. Come sarebbe possibile fare altrimenti?» «Queste modernità a tutti i costi dei giri ad anello mi mandano nel pallone». «Più che un anello sembra una collana», nota intanto un arguto escursionista. Insomma, abbiamo appena superato la metà e già non si vede l'ora di arrivare, come al solito. L'idea di godersi le ore del tramonto tra i monti anziché sull'autostrada è più indigesta della peperonata per cena. Il passo si fa allora sempre più incalzante e donne, vecchi e bambini vengono abbandonati al loro destino. Chi vorrebbe scattare una foto, assaporare l'aria frizzante della sera, inondarsi gli occhi con l'ultimo sole, cimentarsi in attività di frodo, o magari anche solo risparmiare il ginocchio, rischia seriamente di non trovare più nulla della merenda portata da una gentile savonese, perché il gruppo l'ha divorata più per frenesia che per fame.

Sergio Chiappino

Galleria foto

© Foto di Sergio Chiappino