SOTTOSEZIONE DEL CAI - TORINO

ARCHIVIO GITE 2013: Bric dell'Agnellino 1335 m

17 novembre 2013 Ferrata degli artisti alla Costa dei Balzi Rossi o Cresta Est del Bric dell'Agnellino
Storia singolare quella di questa ferrata. In alcuni punti delle pareti fra le quali è stata allestita, un artista, Mario Nebiolo, medico e scalatore, ha dipinto delle gigantesche figure umane, tirando fuori dalla roccia, “le figure” che secondo lui già lì si trovavano. Dicono che appeso in parete con tecnica alpinistica, abbia dipinto assicurandosi con corde e chiodi con grandi bidoni di pittura appesi all'imbragatura!
La ferrata si trova nel gruppo delle Prealpi Liguri ed il percorso, che ci consentirà di risalire il costone roccioso dei “Balzi Rossi” (così chiamato a causa del colore della “roccia alterata”), si snoda tra rocce di calcare dolomitico ricco di minerale ferroso.
In 10 ci apprestiamo ad effettuare questa salita, che si svilupperà per 700 m ca di dislivello e 1400 m di lunghezza. La via ci farà risalire alcuni erti speroncini, percorrere tratti di cresta, superare un ponte sospeso di 40 m all'interno di una profonda gola.
Antonio guida la scalata e Alberto, munito di corda, si dispone al centro del gruppo, per eventualmente aiutare chi ne avesse bisogno a superare tratti ostici (grazie Alberto). Il tempo non è dei più favorevoli, ed infatti cerchiamo di affrettarci ad effettuare il percorso, per evitare di dover interrompere la salita a causa della pioggia, e scendere utilizzando le due vie di fuga predisposte sul tragitto. Poi, a circa metà salita, si alza un forte vento, che a tratti ci sbilancia, ma che, per così dire, scongiura il pericolo di pioggia. Infatti, Antonio giustamente consiglia di non effettuare il ponte sospeso, che vediamo oscillare non poco e di percorrere il sentiero che lo aggira.
Terminiamo la salita senza problemi e con soddisfazione e ci fermiamo ad un colletto a pochi metri della cima del Bric, dove avevamo appuntamento con il gruppo di 6 persone guidate da Sergio che avrebbero percorso il sentiero. Al colletto ci aspetta vento e pioggerellina, e qui, al riparo di alcune rocce, consumiamo velocemente il nostro pranzo, in attesa degli altri. Peccato che ci aspettassero 30 metri più in alto, in vetta al Bric!. In questo punto i cellulari hanno poca ricettività, ma Giuliano riesce a mettersi in contatto con Sergio, per segnalare la nostra posizione, e favorire così il ritrovarsi del gruppo. Per nostra fortuna, la pioggia ci ha colti quando ormai eravamo al parcheggio vicini alle nostre auto. Grazie a tutti.

Delia Boano


Escursione
A questa gita neanche volevo iscrivermi. Ero venuto il giovedì sera per pratiche burocratiche ed eccomi incastrato a fare il capogita unico, su un percorso che manco conosco, solo perché il preposto preferisce fare la ferrata. Così venerdì, all'uscita dal lavoro, vado a comprami una carta preistorica, l'unica che trovo, e provo a immaginare un giro ad anello. Alla fin fine l'esperienza non è stata male: basta non pretendere dai CAI di avere i giri che riempiono la giornata, curiosità per ciò che si vede, i sentieri diversi dalla direttissima, le pause in discesa e poi ci si diverte un sacco.
Già il viaggio merita una citazione, perché essere passeggero del mio autista offre emozioni indimenticabili: prende contromano tutti i tornanti a sinistra dei Giovetti, per fare prima e avere il tempo di fumarsi una sigaretta a Calizzano.
«Ma ti è mai capitato di trovarti un TIR davanti?»
«Qualche volta, sul Tenda».
Quasi tutti hanno fatto la ferrata, ma alcuni eroici si sono fidati del capogita allo sbaraglio. Però già alla partenza hanno cominciato a nutrire dubbi sulla sua idoneità: «Ma come, andiamo in discesa anziché in salita?» In effetti nei primi 100 metri si ripercorre al contrario la sterrata di accesso e ciò è più che sufficiente a gettarli nel panico. Ma non sarà certo l'unica cosa. Nel primo tratto seguiamo il Terre Alte, che sale con begli scorci sulla cresta del Carmo percorsa lo scorso anno. C'è chi non si fa certo scoraggiare dalla mancanza di fiato dal parlare incessantemente di tutto tranne di ciò che vede.
«La mia Desy anf ha fatto lo anf stripping anf e ora anf non perde anf più anf tutti quei anf peli per anf casa anf anf anf».
«Tuo nipote pant che pant classe pant fa adesso? Pant pant»
Il sentiero attraversa antichi terrazzamenti. Ad un certo punto lasciamo il TA per un sentiero segnato con un = giallo, perché il primo fa un giro troppo lungo anche per i miei gusti megalomani. Il nuovo sentiero si rivela subito più incerto e con segni radi e sbiaditi. Nell'attraversamento di un prato la traccia si fa sempre più esile fino a scomparire del tutto. Al termine non si vedono tacche. Lascio il gruppo in un posto e mi metto a girare a vuoto per la boschina. Alla fine però trovo un sentiero ben tracciato e segnato con bolli rossi, che arriva da un'altra direzione ma sembra andare verso quella giusta. Vado allora a recuperare il gruppo, che mi ha atteso con fiducia cieca e incondizionata, senza inquietarsi. La nuova prospettiva sembra allettarli. Ci incamminiamo sulla nuova via, incrociamo una pista che sembra diretta nel posto giusto ma si rivela un vicolo cieco, torniamo sul sentiero dei bolli rossi finché improvvisamente troviamo su un albero un = giallo, senza che apparentemente siamo confluiti in altri sentieri. Esultanza.
«Ma il Bric dell'Agnellino è quello laggiù?»
«No, quello è il Monte Carmo. Il Bric è il primo qui vicino»
«Ah, meno male. Certo che questa gita ha tanto spostamento»
Vediamo qualche piazzola dei carbonai lungo il sentiero. Incrociamo il solito cacciatore che ha perso il suo cane e lo dirigiamo dove abbiamo sentito dei latrati; anche lui si stupisce che non siamo saliti per la direttissima. Confluiamo su una sterrata, dove i segni spariscono nuovamente. Vado a occhio, anche perché la mia carta è molto imprecisa: segna una strada ogni tre e un tornante ogni cinque. Finiamo in un trivio su una dorsale; lo individuo sulla carta e a furor di popolo prendiamo una scorciatoia che taglia fuori un forte del Melogno e abbrevia il percorso. Raggiungiamo finalmente l'AVML. Stranamente qualcuno si guarda intorno e nota un affioramento di gesso a bordo strada. Poi passiamo per una magnifica faggeta, anche se a foglie ormai cadute, che dev'essere stupenda con i colori autunnali o durante una nevicata. Il gruppo la accoglie così: «Oh, ma la strada scende invece di salire».
Finalmente lasciamo la strada, che faggete a parte è un po' noiosa, anche perché il panorama sul mare oggi latita. Saliamo sempre tra faggi imponenti, con foglie che in un tratto arrivano quasi alla cintola, anche grazie ai motociclisti, che hanno eroso per bene il sentiero. Con un ultimo sforzo siamo in vetta, dove con sorpresa non troviamo i ferratisti. Pranziamo da soli in un posto riparato dal vento, che soffia freddo e incessante dalla partenza. Quel giorno ho fatto il gradasso e mi sono coperto poco, così il lunedì al lavoro sentivo un sacco di indolenzimenti ai muscoli del tronco e delle braccia.
Poi mi accorgo che sul cellulare ho due chiamate da Giuliano. Provo a richiamare lui e altri, ma nessuno prende. Naturalmente in un caso in cui avrebbe avuto senso usare le radio nessuno le ha portate, neanche Laura Bruno che ha sempre il suoi walkie-talkie. Finalmente, quando siamo sul punto di ripartire, mi richiama Giuliano e mi dice che in tre ci stanno aspettando in cima alla ferrata, mentre lui e gli altri sono già scesi senza pranzare. Ma perché non sono venuti sulla vetta? Il motivo è tragico: pensano che lo sia il cocuzzolo roccioso accanto alla ferrata, perché nessuno di loro ha la carta e ha idea di dove siano realmente. Dalla mia cerco di capire dove possano essere, vado nella loro direzione, li trovo e torno a recuperare il mio gruppo per riunirci.
Ci sono due possibilità per tornare alla partenza: la discesa della ferrata, una traccia orrenda in mezzo ai dirupi, oppure la discesa al Giogo Di Giustenice per poi andare a recuperare il TA, che stimo da due ore e mezza. «Due ore e mezza?!? Ma sei matto? Scendiamo dai dirupi». «Sì, ne siamo in grado». Lo spirito della montagna come prestazione non viene mai meno quando non è l'ora.
Così ci infiliamo nell'esile traccia. Il posto è bellissimo, un canalone tra picchi di calcare con vista sulla cresta di riolite da cui sale la ferrata, e poi lontano fino al mare. Anche se per la verità non ho molte possibilità di guardarmi attorno, perché camminare su scarpate di calcare umidiccio e terra fangosa mi costringe a pensare tre volte ad ogni passo, calcolando anche la derapata che è quasi certa. Non riesco a capire se la mancanza di bastoncini sia un bene o un male, perché in certi tratti l'equilibrio è precario (fortuna che c'è la fune metallica), mentre in altri occorre tenersi alla roccia o ai gradini di metallo con due mani per superare i passaggi. Max fischietta incessantemente. Con un ultimo salto di roccia con i pioli, il tratto brutto finisce e ci troviamo su un sentiero a stretti tornanti che consentiva ai carbonai di spingersi fin sotto queste rupi. Ovviamente l'idea di fermarsi un po' non sfiora nessuno, nemmeno nei punti panoramici sulla cresta. Riesco di straforo a fare una fugace merenda mentre attendo gli ultimi.
Ritornati all'auto Max si illude: «Ci fermiamo da qualche parte per fare merenda?» «No, sono già le tre e mezza passate!». Concordo con lui almeno una birra a Torino. Laura Bruno, che ancora ricorda con nostalgia i würstel di Mergozzo, è poi così ottimista da telefonarmi per chiedermi se vogliamo fermarci, quando noi siamo ormai lanciati verso l'autostrada. Poveretta! Frequenta troppo le gite Capurso-Chiappino e troppo poco i Veri CAI.
L'autista regala gli ultimi attimi indimenticabili tenendo salda la mezzeria nelle curve cieche, anche quando incrociamo un'auto, che per fortuna se ne sta tutta a destra. «Se era al centro mi spostavo».

Sergio Chiappino

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© Foto di Giuliano Ferrero e Antonio Carretta